
Venezia ha un modo tutto suo di raccontare la propria toponomastica. Qui non si affida a targhe metalliche, ma ai nizioleti (piccole lenzuola): rettangoli bianchi bordati di nero, dipinti direttamente sugli intonaci, che riportano in nero i nomi di calli e campi, ma non solo. Anche la numerazione civica adotta “mini” nizioleti, rettangolari o ovali, con i numeri dipinti in nero fino al 1841, poi in rosso.
Passeggiando lungo la Salizada del Fondaco dei Turchi, ci si imbatte in un’anomalia che sembra sfidare la logica. Su un muro di mattoni rossi, esattamente a metà tra le due porte di terra del Fondaco, compaiono quattro numeri civici appaiati: 1731, 1732, 1733 e 1734. La stranezza? Sotto di loro non c’è traccia di porte o varchi. Ingressi magici per un’altra dimensione, in perfetto stile Harry Potter?
Per risolvere l’enigma bisogna fare un passo indietro nel tempo, fino al 1801, anno in cui a Venezia fu introdotta la numerazione a insulario. A differenza di oggi, il conteggio non seguiva la via, ma procedeva progressivamente per ogni porta d’ingresso (e non per edificio o unità abitativa) dall’inizio alla fine dell’intero sestiere. Poiché la città è un organismo vivo, il sistema dovette adattarsi ai cambiamenti: se veniva aperto un nuovo ingresso tra il civico 12 e il 13, questo diventava 12A; se invece una porta veniva murata, il numero andava semplicemente perduto.
Il Fondaco dei Turchi (o Fontego in veneziano) è l’esempio perfetto di questa stratificazione. Nato come Palazzo Palmieri nel XIII secolo, nel 1621 fu destinato dal Senato della Serenissima a sede commerciale e abitativa per i mercanti ottomani. All’epoca la struttura era un alveare di attività: 24 magazzini al piano terra e circa 50 alloggi ai piani superiori, capaci di ospitare fino a 300 persone.
Con il declino dei commerci con il Levante, l’edificio cadde in un profondo degrado, finché nel 1860 fu acquistato dal Comune di Venezia. Il radicale restauro del 1869 cercò di ripristinare l’aspetto medievale del palazzo, un intervento che molti critici dell’epoca considerarono eccessivo e “falso”. Furono ricostruite le due torri laterali e demolite le costruzioni che nel tempo si erano addossate alla facciata.
Ed è proprio qui che si nasconde la soluzione del mistero. Poiché i numeri civici erano stati assegnati nel 1801, quando il Fondaco era ancora un complesso di magazzini con le proprie aperture, il restauro del 1869 eliminò fisicamente quelle aperture per riportare il muro alla sua linearità originaria. A confermarlo sono le vedute del XVIII secolo: nei dipinti di Canaletto e di Michele Marieschi si distinguono chiaramente diverse porte laddove oggi vediamo solo mattoni e finestre.
Qualcuno ha voluto che quei quattro numeri non scomparissero, ma che restassero lì, pronti a raccontare ai più curiosi ciò che il muro ormai ha dimenticato.






Sestiere di Santa Croce 1731, 1732, 1733 e 1734
In Salizada del Fontego dei Turchi tra le porte di terra 1730 e 1735 del Fondaco dei Turchi
Geolocalizzazione: 45.441863, 12.328368