176. Con chi sta Dio

[foto ZUK]

In Calle de le Eremite, la pietra che funge da davanzale di una finestra al piano terra presenta un’iscrizione incisa:
«SI DEVS E PRONOBIS QUIS CONTR».
La frase appare troncata, probabilmente perché il blocco è stato tagliato per adattarlo alla nuova collocazione, oppure perché la parte mancante è nascosta sotto l’intonaco. Questo dettaglio suggerisce un reimpiego: la pietra apparteneva in origine a un altro edificio, quasi certamente di carattere religioso.
L’iscrizione proviene dalla Vulgata, la prima traduzione latina della Bibbia realizzata da San Girolamo. Incaricato da papa Damaso I nel 382 d.C., Girolamo consegnò la revisione dei Vangeli già l’anno successivo e completò l’intera opera attorno al 404 d.C. Il passo in questione è tratto dalla Lettera ai Romani di San Paolo (capitolo 8, versetto 31):
«Si Deus pro nobis, quis contra nos?»
(Se Dio è dalla nostra parte, chi sarà contro di noi?)
Un dettaglio interessante riguarda la “E” posta tra DEVS e PRONOBIS. In latino classico il verbo corretto sarebbe “EST”; tuttavia, sopra la lettera è visibile un piccolo segno, una sorta di “cappello”. Si tratta di una sigla di abbreviatura, una tecnica molto comune anche nelle lapidi veneziane dei secoli successivi, specialmente nei “bandi” o divieti. Questi segni permettevano di contrarre alcune parole, risparmiando tempo nell’incisione e spazio sulla superficie della pietra.
A differenza di molti altri centri della penisola, Venezia non vanta un passato romano, essendo sorta solo verso la fine dell’Impero d’Occidente. Per questo motivo i frammenti con iscrizioni di epoca romana inglobati negli edifici cittadini sono rari.
Si ritiene che gran parte di essi provenga dalla vicina Altino, città della terraferma che nei primi secoli dopo Cristo contava quasi 20.000 abitanti. In seguito a instabilità politica, invasioni e mutamenti ambientali, la popolazione la abbandonò progressivamente per rifugiarsi in laguna. Il definitivo declino nel VII secolo trasformò Altino in una sorta di “cava” a cielo aperto: di quella città oggi non rimane praticamente nulla.
Nei secoli successivi anche Venezia, con la crescente necessità di materiali da costruzione per i suoi palazzi, attingeva a ciò che restava di Altino. Tra i blocchi recuperati capitava talvolta di imbattersi in iscrizioni o decorazioni latine, prontamente valorizzate e incastonate sulle facciate degli edifici, quasi a voler suggerire (o rivendicare) origini familiari più antiche e prestigiose di quelle reali.

tra tubi e scarichi, la scritta è ben nascosta a chi non la conosce [foto ZUK]

Sestiere di Dorsoduro
in Calle de le Eremite da Fondamenta Toletta
Geolocalizzazione: 45.432141, 12.325159

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